Breana deglutì a fatica. Per un secondo sentì il tempo piegarsi, riportandola in una stanza bianca con luci sul soffitto e voci che echeggiavano in lontananza, come se parlassero sott’acqua. Un ricordo frammentato, una strana sensazione che aveva sempre represso. Per anni si era detta che erano i nervi del parto, che la mente si inventa le cose. Ma ora… ora erano l’uno di fronte all’altro, guardandosi come se si fossero ritrovati dopo una vita trascorsa separati.
“Mason, non dire sciocchezze”, mormorò, cercando di sembrare decisa. Non ci riuscì. La voce le si spezzò. “Andiamo.”
“No, mamma. Io lo conosco.”
Mason lasciò la sua mano e si mise a correre. Breana voleva gridargli di tornare indietro, ma le parole le si bloccarono in gola. Il bambino di strada alzò lo sguardo proprio quando Mason arrivò. Per un momento si osservarono in silenzio, come se riconoscessero qualcosa che nessun altro poteva vedere.
Il bambino a piedi nudi tese la mano. Mason la prese. E sorrisero nello stesso modo, con la stessa curvatura delle labbra, la stessa leggera inclinazione della testa, come un riflesso.
“Ciao”, disse il bambino di strada, con una voce sommessa che non si addiceva alla durezza della sua vita. “Anche tu mi sogni?”
“Sì”, rispose Mason, entusiasta. “Ogni giorno.”
Breana si avvicinava lentamente. Le gambe le tremavano, come se camminasse sulla sabbia. Vide come i bambini confrontavano le mani, si toccavano i capelli a vicenda, ridevano con una confidenza che non si può imparare in un pomeriggio.
“Come ti chiami?” chiese Mason.
“Milo”, rispose il bambino, ritraendosi un po’ in se stesso quando notò Breana. “E tu?”
“Mason. Guarda… i nostri nomi si assomigliano quasi.”
Breana sentì un colpo allo stomaco. Si costrinse a respirare. “Scusami, Milo…” disse con cautela, come se camminasse su ghiaccio sottile. “Dove sono i tuoi genitori?”