Mason le tirò la manica. «Mamma, i suoi occhi assomigliano ai miei. Siamo uguali».
Prima che potesse formulare una risposta, Mason scattò in avanti. Breanna cercò di afferrarlo troppo tardi. La sua voce svanì nell’aria calda.
«Mason, aspetta. Torna qui».
Lui si fermò davanti al bambino, la cui scatola di cartone traballò rovesciando figurine di plastica a buon mercato sul marciapiede. I due bambini si fissarono come se i loro corpi ricordassero un legame a cui le loro menti non riuscivano a dare un nome.
Il piccolo sconosciuto parlò per primo. «Ciao. Io sono Milo. Anche tu sogni un posto con corridoi bianchi e grandi luci?»
Mason scosse la testa. «Sì. E c’erano bip e ronzii. Ed eravamo in una stanza insieme. Credo che fossimo neonati».
Breanna si avvicinò con le gambe tremanti. Le parole le si affollavano in gola come uccelli impauriti all’idea di spiccare il volo. Si chinò accanto a loro.
«Milo», disse dolcemente, sentendo ogni sillaba come qualcosa di fragile. «Dove sono i tuoi genitori? Chi si prende cura di te?»
Una donna nelle vicinanze stava sonnecchiando su una panchina. I suoi vestiti sembravano logori quanto quelli di Milo. Una sciarpa sbiadita le copriva le spalle. Il suo viso, persino nel sonno, mostrava rughe scavate dalla stanchezza.